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#vocidalcampo: KICHWA? NO, NAPU RUNA


Credits: foto tratta da La Bottega del Barbieri

La regione amazzonica è universalmente riconosciuta come una delle aree più biodiverse del pianeta per quanto riguarda flora e fauna. In realtà questa incredibile diversità non si limita solo a questo ma comprende anche le popolazioni umane che abitano questa regione.

L’Amazzonia è casa infatti di circa 400 diversi gruppi etnici, tutti con lingua, cultura e territorio ancestrale propri.


Ogni popolo ha una sua storia, data dalle migrazioni millenarie dell’uomo e dall’evoluzione dei differenti gruppi etnici nell’immenso spazio amazzonico. La maggior parte dei gruppi etnici è rimasta sconosciuta al mondo esterno fino a relativamente poco tempo fa, altri popoli invece hanno subito gli effetti della colonizzazione europea da molti più secoli, altri vivono in isolamento volontario, ma sono sempre meno e rischiano l’estinzione, minacciati come sono dalla perdita del loro territorio e dalla pressione espansionistica del capitalismo.


Nella regione del Napo, in cui vivo e in cui Nina opera, è presente principalmente un solo gruppo etnico, quello dei Kichwa del Napo o più propriamente Napu runa. Questo popolo indigeno presenta alcune caratteristiche peculiari, che vale la pena di raccontare.

Innanzitutto il nome con cui comunemente li si designa, cioè Kichwa, è già di per sé un’imprecisione perché il Kichwa è una lingua ma non indica un popolo specifico. Loro infatti si autodenominano “Napu runa” che significa semplicemente “gente del Napo” e la loro lingua “Runa shimi” cioè “lingua della gente” (come avrete capito, runa significa persona o gente).

Ed è proprio la lingua una delle caratteristiche peculiari dei Napo runa. Si tratta di un dialetto della lingua Kichwa, conosciuta fuori dall’Ecuador come Quechua. Più che una lingua unica il Quechua è una famiglia di lingue suddivisa in ben 46 dialetti differenti. Questa famiglia linguistica nasce nella sierra centrale dell’antico Perù e quando gli Inca si stabilirono nella zona di Cusco adottarono questa lingua e nell’annettere i diversi popoli andini durante la loro espansione, gli Inca imposero l’apprendimento obbligatorio del Quechua.


È così che la lingua si diffuse in vari paesi dell’area andina, dal nord dell’Argentina e del Cile, a Bolivia, Perù, ovviamente Ecuador salendo fino al sud della Colombia. In Ecuador il Quechua prese il nome di Kichwa e divenne la principale lingua indigena del paese.


C’è da dire però una cosa: la regione amazzonica non fu mai colonizzata dagli Inca e infatti le altre popolazioni indigene amazzoniche dell’Ecuador parlano lingue che si sono evolute in maniera autonoma. Perché quindi nel Napo gli indigeni parlano Kichwa?

Questo ha direttamente a che vedere con la storia travagliata della gente di questa regione. Non è facile ricostruire accuratamente questa storia, data la scarsità di fonti però le cronache del XVI secolo danno ampie prove dell’esistenza di una moltitudine di gruppi etnici nell’area del Napo prima della conquista europea e c’è da supporre che ognuno di questi parlasse una propria lingua. Nelle relazioni commerciali che questi popoli amazzonici tenevano tra di loro e con altri popoli che abitavano gli altipiani la lingua utilizzata era però il Kichwa, che fungeva quindi da lingua franca da prima dell’arrivo degli spagnoli.


Quando i primi missionari gesuiti entrarono nella regione del Napo durante il XVII secolo questi già avevano imparato il Kichwa durante la loro permanenza nelle regioni di Quito e degli altipiani centrali e quindi poterono comunicare con gli indigeni in questa forma.

Nelle missioni i gesuiti radunarono diversi gruppi indigeni della regione, con lo scopo di evangelizzarli e “civilizzarli”, cercando di far abbandonare loro lo stile di vita nomade, per avere forza lavoro gratuita e imponendo di fatto l’uso esclusivo della lingua Kichwa. Si trattò in realtà di un processo di “normalizzazione etnocida” perché di fatto contribuì alla scomparsa dell’identità culturale e linguistica di molti popoli scomparsi per sempre.


Con l’abbandono delle missioni la popolazione indigena si rifugiò di nuovo nella selva, cercando di scappare dalla crescente pressione di latifondisti e coloni. Si era in qualche modo formato un nuovo gruppo etnico, formato dalla fusione dei precedenti gruppi ma con elementi peculiari propri che sono arrivati fino ai giorni nostri: l’uso della lingua Kichwa, i vestiti “tradizionali”, che non sono altro che rudimentali panni di tela blu dati dai missionari per coprire le loro “vergognose nudità” e che col tempo invece sono diventati un simbolo della loro identità come popolo.


Ora il rischio è che anche questa identità Napu runa vada persa, a causa di una forza molto più inarrestabile delle missioni cattoliche cioè l’omologazione culturale del mondo moderno. Le dinamiche sono comuni a tante altre zone del mondo: l’uso della lingua indigena, il Kichwa è ancora vivo ma sono sempre meno i bambini che lo imparano, soppiantato dallo spagnolo; i giovani non hanno coscienza, anzi si vergognano delle proprie origini e di parlare la propria lingua in pubblico. Assieme alla lingua rischia così di interrompersi tutta la catena di trasmissione del sapere ancestrale di generazione in generazione, lasciando al suo posto un desolante vuoto.



Giacomo Rubini per NINA

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