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#lapiantadelmese: IL CACAO BLANCO


Tutti conoscono il cioccolato, pochi invece conoscono la pianta da cui deriva, il cacao (il cui nome scientifico è Theobroma cacao).

Quasi nessuno conosce i quasi 20 “fratelli” della pianta del cacao, cioè le altre specie del genere Theobroma.

Uno di questi è la pianta di cui vi voglio parlare questo mese, si tratta del Theobroma bicolor, in spagnolo Cacao blanco, in kichwa Patas. Fratello maggiore del cacao, viste le maggiore dimensioni del frutto e della pianta in generale.

Il cacao bianco infatti è un vero e proprio albero che può arrivare anche ai 20 metri di altezza e i suoi frutti o cabosse sono le più grandi di tutto il genere Theobroma, e possono arrivare a pesare fino a 3 Kg l’una.

I frutti all’interno contengono una polpa dolciastra e numerosi semi avvolti da una buccia molto resistente. I semi sono di colore bianco, da cui il nome appunto di cacao bianco. È una specie piuttosto produttiva capace di dare, a seconda delle condizioni, da 15 a 40 frutti l’anno.


Dai semi tostati si può ricavare un cioccolato che però è di qualità inferiore rispetto a quello ottenuto dal cacao. A discapito del nome, il cacao bianco non ha nulla a che vedere con il cioccolato bianco, che tra parentesi non è neppure cioccolato visto che contiene solo burro di cacao, zucchero e latte.

In America Centrale e in alcune regioni del Messico il cacao bianco ha una grande importanza per il suo uso in bevande tradizionali ed era conosciuto e coltivato fin dai tempi dei Maya e degli Aztechi, che lo chiamavano Pataxte, nome che presenta una grossa somiglianza con quello Kichwa, Patas, il che fa supporre che in tempi precolombiani la pianta si sia diffusa dall’America Centrale fino in Amazzonia attraverso la fitta rete di scambi che avveniva tra popolazioni indigene.


Per le popolazioni indigene amazzoniche i semi del cacao bianco invece vengono tostati e usati come alimento, dato che sono molto calorici e ricchi in proteine e fibre. I semi inoltre contengono Omega 9 e l’alcaloide stimolante teobromina il che li rende a tutti gli effetti un “superalimento”.


Può sembrare strano ma il cacao bianco è un albero che può rivelarsi molto pericoloso. La ragione sta nel fatto che i suoi grossi frutti, dotati di una buccia legnosa molto dura, quando sono maturi, si staccano dall’albero senza nessun preavviso.

Se la leggenda narra che Newton ebbe l’intuizione del principio di gravità quando gli cadde una mela sulla testa, ricevere un duro frutto di cacao bianco di 3 Kg di peso caduto da 20 metri di altezza invece che una intuizione rivelatrice potrebbe causare la fine definitiva di ogni pensiero.

Proprio per la loro buccia dura però i frutti di cacao bianco hanno un indubbio vantaggio per le popolazioni amazzoniche: una volta caduti a terra possono conservarsi intatti per svariate settimane. Infatti nessun animale è in grado di rompere il suo guscio e, quando è la stagione dei suoi frutti, gli indigeni ne raccolgono in quantità durante le loro camminate nella foresta.


Non è facile però ottenere i semi: una volta rotta la dura scorza, i semi sono ricoperti a loro volta da una buccia tenace e scivolosa, difficile da togliere con le mani. Il metodo che alla prova dei fatti si rivela più efficace è di aprirla con i denti con una laboriosa e poco gradevole operazione, soprattutto se i frutti non sono appena caduti e i semi sono ricoperti dalla polpa in fermentazione od ormai completamente marcia. Ma vi assicuro che ne vale la pena! I semi tostati infatti, oltre a essere molto nutritivi hanno un sapore delizioso.


Il potenziale nutritivo unito all’esoticità e alla rarità del cacao bianco non è certo sfuggito ad alcuni intraprendenti imprenditori occidentali, tanto è vero che si può trovare in vendita in Europa o negli Stati Uniti a prezzi equivalenti a più di 50 €/Kg. Il tutto mentre nel suo luogo d’origine è ancora poco conosciuto fuori dalle comunità amazzoniche e le signore indigene continuano a vendere ai bordi delle strade le loro funditas (sacchettini) di Patas, rigorosamente a dolar (cioè a 1 $), ignare che dall’altra parte del mondo quei sacchettini si vendono a più di 10 volte tanto.


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Giacomo Rubini per NINA

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