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L'impresa di sopravvivere. Il racconto delle comunità indigene dell'Ecuador ai tempi del Covid-19


Da tempo il Coronavirus si sta progressivamente diffondendo in qualsiasi angolo del globo e anche la regione amazzonica ecuadoriana e nello specifico la provincia del Napo, dove vive chi vi scrive, ne sta subendo purtroppo le conseguenze.


Tutti abbiamo sotto gli occhi le immagini orribili provenienti da Guayaquil, la città più popolosa dell’Ecuador, con i cadaveri abbandonati per strada dalla gente disperata che non ne poteva più di aspettare giorni e giorni prima che qualcuno venisse a ritirare il corpo di qualcuno dei loro cari. Corpo che, visto il clima caldo e umido della costa, stava inesorabilmente andando in putrefazione, con tutti i rischi per la salute a ciò connessi visto che i cadaveri appartenevano in molti casi a persone morte quasi sicuramente per Covid e che vivevano in case magari piccole e affollate.


Fortunatamente, nella regione amazzonica la diffusione del contagio non è stata così esplosiva, data anche la molto minore densità di popolazione, ma le conseguenze di questa emergenza e dell’isolamento non hanno tardato a farsi sentire tra la popolazione.

La provincia del Napo si caratterizza per avere la più alta concentrazione (56%) di popolazione indigena tra tutte le province dell’Ecuador, ma come stanno affrontando nello specifico queste popolazioni l’emergenza e le misure di isolamento sociale predisposte dal governo?

Da un lato si potrebbe pensare che le popolazioni indigene del Napo siano toccate relativamente poco da questa emergenza e che possano continuare indisturbate il loro stile di vita tradizionale nelle comunità isolate della foresta. In realtà non è così.


Bisogna tenere presente che quando parliamo di comunità indigene non dobbiamo pensare allo

stereotipo di piccoli agglomerati di capanne col tetto di paglia raggiungibili solo in canoa o dopo giorni di cammino perché nella provincia del Napo le comunità si trovano molto spesso nelle vicinanze della capitale Tena o dei paesi limitrofi e la maggioranza della popolazione indigena ha uno stile di vita che non è più quello tradizionale ma che risente più o meno fortemente di influssi “occidentali” o, come si dice localmente, mestizo, che significa “meticcio”.

La stragrande maggioranza della popolazione indigena si occupa principalmente di agricoltura per autoconsumo e vendita. I prodotti agricoli commerciali principali sono cacao, caffè, mais e poco altro. Tutto il resto viene usato per il consumo familiare e l’eccedente spesso venduto per le strade e nei mercati di Tena e delle cittadine limitrofe.

Un’altra fonte di reddito, specialmente per la popolazione maschile, è data da piccoli lavori di costruzione o falegnameria, con cui vengono contrattati per periodi brevi, come braccianti agricoli in aziende private, operai in compagnie petrolifere o per la manutenzione stradale e lavori pesanti in genere per svariate istituzioni pubbliche (quest’ultimo caso soprattutto come sorta di “voto di scambio” per i politici locali).

Oltre a questo abbiamo tutto un corollario di attività più o meno illegali e che in ogni caso non giovano al mantenimento dell’ecosistema come l’estrazione artigianale di oro dai fiumi e l’abbattimento di alberi dal legno pregiato che negli ultimi tempi stanno prendendo sempre più piede tra la popolazione indigena che vede in questo una relativamente facile fonte di ingresso economico.


Nei fatti questa emergenza sta ponendo gravi ostacoli nella vita delle comunità sotto molti punti di vista.

Innanzitutto quello più immediato della salute: le comunità indigene sono quasi ignorate dal sistema sanitario pubblico, che da sempre è piuttosto distante. Una distanza fisica, data dal fatto che l’unico ospedale si trova a Tena, ma soprattutto una distanza data dalla scarsa comunicazione e dalla differenza tra la visione di salute della medicina tradizionale indigena e quella convenzionale applicata dalla sanità pubblica.

In Ecuador esistono due sistemi di salute pubblica, uno per le persone affiliate al IESS (Assicurazione sanitaria obbligatoria per chiunque abbia un rapporto di lavoro dipendente) e uno “di base” per tutti quelli che non hanno nessun tipo di assicurazione, ed è a quest’ultimo sistema di sanità che la quasi totalità degli indigeni si rivolge, essendo molto poche le persone indigene con un rapporto di lavoro stabile e soprattutto regolarizzato.

Durante quest’ultima emergenza sanitaria l’impreparazione e la mancanza di adeguati dispositivi di sicurezza ha fatto sì che anche qui come in altri paesi gli ospedali si trasformassero in un luogo privilegiato di trasmissione della malattia.

Non si hanno dati affidabili relativi alla diffusione del contagio nelle comunità, ma la percezione è che in alcune di esse il virus si stia diffondendo piuttosto rapidamente tra la popolazione.

Nelle comunità indigene le persone si curano più che altro con medicina tradizionale, ma questa può fare ben poco nel caso del Covid-19, essendo una malattia virale, totalmente sconosciuta per la medicina tradizionale.

Nonostante questo la paura e la diffidenza fanno sì che quasi mai ci si rivolga alla sanità ufficiale e che quindi non esista alcun dato ufficiale per avere un’idea della situazione.


Ufficiali sono invece tutte le misure di isolamento prese dal governo, che sono state da subito drastiche: dal 17 marzo nel paese vige un coprifuoco di 15 ore dalle 14 alle 5, tutti i trasporti pubblici dagli urbani a quelli a lunga percorrenza sono bloccati, così come le frontiere terrestri, aeroportuali e marittime. Oltre al blocco dei settori non essenziali e tutte le altre misure che hanno coinvolto o tuttora coinvolgono gran parte della popolazione mondiale.


Sono le conseguenze di questi provvedimenti a preoccupare forse anche di più dell’effettivo rischio di contagio perché per molta gente delle comunità indigene questo significa vedere preclusa quasi ogni possibilità di ingresso economico. Tutti i mercati alimentari sono stati chiusi e di conseguenza anche la vendita in strada è vietata. Il prezzo del cacao, già normalmente venduto ai grossisti all’equivalente di 1,60 euro per un chilo di semi già secco, è crollato di quasi la metà dall’inizio della pandemia.

Il tutto poi è reso più difficile dalla mancanza di trasporti pubblici che rendono estremamente più difficoltoso spostarsi, costringendo le persone a percorrere chilometri a piedi, magari con un sacco da 30 Kg di cacao sulle spalle per cercare di venderlo nelle poche ore in cui è permesso circolare.

Anche ogni altra possibile fonte di reddito per le persone indigene è stata preclusa visto che nella stragrande maggioranza dei casi rientra nella cosiddetta “economia informale” e che quindi non ha nessun tipo di tutela economica.


Molte comunità non possono neppure tornare a sostenersi di caccia o pesca come era il loro stile di vita tradizionale perché specialmente in quelle più vicine ai centri abitati gli spazi di foresta sono quasi totalmente scomparsi e tutto il terreno disponibile è usato per la coltivazione o è degradato dall’allevamento bovino.

In comunità più all’interno invece il rischio è che si torni a cacciare in zone protette, a pescare con sistemi non sostenibili com’è quello di avvelenare i fiumi e l’equilibrio già precario della foresta venga compromesso ancora di più dall’abbattimento illegale ora che le comunità sono completamente isolate senza che nessuno possa controllare.


Anche l’ultima misura introdotta circa a metà aprile che prevede l’uso obbligatorio della mascherina negli spazi pubblici, a prima vista può sembrare una misura senz’altro utile a diminuire il contagio.

Nessuno ha considerato però che per tutte le persone che da quasi due mesi non percepiscono nessun ingresso economico anche i 75 centesimi per comprare una mascherina (quando si trova) sono una spesa che molti non si possono permettere, aggiungendo al rischio per la propria salute anche quello di essere multati.


Qua in Ecuador la cosiddetta “Fase 2”, di cui tanto si parla oggi in Italia, appare molto lontana e nessuno pare preoccuparsi seriamente di come uscirà il paese da questa emergenza e quali saranno le conseguenze nel lungo periodo. D’altra parte è difficile pensare a un “dopo” per chi è troppo impegnato a sopravvivere oggi, giorno dopo giorno, schiacciato dalle tante difficoltà.

Quello che è certo è che sarà una sfida ancora più difficile per la popolazione indigena riuscire a far valere i propri diritti e a migliorare le proprie condizioni sempre più precarie.




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